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Associazione Culturale per la diffusione della cultura mongola

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Libri

libropolaris.jpgMongolia, L'ultimo paradiso dei nomadi guerrieri

di Federico Pistone
2008 Polaris - 448 pagine - 30 euro
 
 Il paese più bello del mondo? Forse è la Mongolia. E sicuramente, se volete visitarla, una delle migliori guide : Mongolia – l’ultimo paradiso dei nomadi guerrieri (ed. Polaris) di Federico Pistone. 
 
Che sull’argomento ha annodato 448 pagine, tutte preziosissime. Dove si trovano gher, steppe, foreste, yak, monasteri, khan e città. E soprattutto, una quantità formidabile di itinerari, informazioni, note, approfondimentii.
Non è consigliata a chi decide di viaggiare i Mongolia da solo. infatti, anche se riprende nella seconda parte, dedicata agli itinerari, le stesse informazioni della guida Lonely planet, queste risultano spesso impoverite e non sempre tutte attendibili.

Perché Federico è sicuramente  uno scrittore accurato, e, per dar vita alla guida, non gli è bastato rifarsi ai suoi innumerevoli viaggi nel paese e interrogare scrupolosamente tutti i suoi amici e corrispondenti mongoli, ma molte informaziosi sono prese da sue personali esperienze.
 
La Mongolia è uno dei pochi Paesi al mondo che sa regalare ancora emozioni pure. E' la terra leggendaria di Gengis Khan, più vivo che mai, degli sciamani, dei bambini monaci che recitano misteriosi mantra in monasteri sperduti, dei nomadi legati senza compromessi ai riti antichi e ai ritmi feroci e dolci della natura; di animali che popolano scenari stupefacenti di steppe, deserti, montagne, laghi, foreste e quel cielo così alto e luminoso che sembra appartenere a un altro pianeta".
Federico Pistone

 
Massaggio sciamanico tuvino - Tudup emneer PDF Stampa E-mail
Medicina

Tudup emneer o Massaggio sciamanico tuvino

di Ermanno Visintainer

 

Tudup emneer è il termine con cui a Tuva ci si riferisce ad una forma di purificazione sciamanica che assume altresì le sembianze di un massaggio. 

Tuva è una piccola repubblica situata lungo il corso superiore del fiume Jenisej, a nord-ovest della Mongolia, un territorio che culturalmente si pone a metà strada fra il mondo turco e quello mongolo; un’area dell’etnogenesi di varie popolazioni, fra le cui principali annoveriamo quelle turche, come l’uigura, la kirghisa e l’attuale tuvina, quindi altre, assimilate nel tempo come la samoieda, ma nondimeno la paleosiberiana ket1.

Tuva, storicamente Tannu Urinakhai, come del resto anche l’attigua Buriazia, rappresentano un luogo elettivo in cui le tradizioni sciamaniche sono rimaste pressoché integre fino ad oggi. Peraltro ricordiamo che vi sono minoranze tuvine sia in Mongolia, nella zona del Khovsogol a nord, che in Cina, nella provincia dello Xinjiang.

Nel presente articolo ci proponiamo quindi di descrivere quest’inedita espressione del massaggio, il massaggio sciamanico tuvino o Tudup emneer2, cercando di porre in evidenza analogie e affinità strutturali con altre tecniche così come le differenze, allo scopo di ricostruire gli elementi essenziali di quell’ancestrale ed archetipa forma paleoasiatica di massaggio che, riteniamo sottenda tutti gli esistenti stili orientali ispirati al principio dell’energia, la quale indipendentemente dal nome: ki (giapponese), qi (cinese), prana (indiano), phlang cheet o lom pran (thailandese), khii, khiimor’ (mongolo), è sempre la medesima.

A mo’d’introduzione si potrebbe affermare che l’aspetto di maggior discontinuità del Tudup emneer rispetto ad altre tecniche energetiche d’origine estremo-orientale, come l’ Anmo, il Tuina, l’Ayurvedico, il Nuad e lo Shiatsu, si possa ravvisare nel simbolismo connesso alla sua manualità, che è antitetica e denota innegabilmente una spiccata qualità femminina non presente in maniera esclusiva nelle precedenti menzionate tecniche.

Il nome stesso, Tudup emneer, evoca inequivocabilmente la genesi femminile.

Tale locuzione, il cui significato approssimativo per esteso è quello di “guarigione estrattiva tramite fumigazioni”, deriva dall’accostamento di due forme verbali, di cui la prima si riferisce all’aspetto catartico, mentre il fonema em da un punto di vista filologico, possiede una tale pregnanza che riteniamo valga la pena concedergli un breve excursus.

In mongolo ed antico turco la voce: em, äm, medicina, medicamento, da cui emč, ämči, medico, guaritore ed oggi dottore,3 ma anche donna, femmina è un fonema che ha origini antichissime nella cultura altaica. Lo ritroviamo in turco moderno nel verbo emmek con il significato di “succhiare-assorbire” e perfino nella parola emmeç, l’aspiratore elettrico, che sembra forgiata ad hoc per designare il la modalità di esecuzione del massaggio tuvino. Inoltre in una voce affine sia da un punto di vista fonetico che etimologico, ovvero am, che in mongolo assume il significato di bocca mentre in turco quello di matrice, vagina, l’organo che accoglie e rigenera per antonomasia4. Ovviamente in lingua tuvina e rispettivamente quella mongola i verbi emneer ed emnekh significano guarire e curare.

Questo fonema, peraltro, ci riconduce ad un sinonimo mongolo avente ulteriori risvolti degni di attenzione, in quanto esso viene impiegato sia nell’accezione di donna-sciamano che quello di vagina. Il sinonimo in questione è il termine mongolo-buriato, peraltro utilizzato anche in yakuto: udagan, la cui emblematicità in questo contesto ci pare di non poco conto. La parola infatti è stata accostata al nome del monte sacro Ötüken degli antichi Turchi ed Edügen d’epoca gengiskhanide, divenuto in seguito Burkhan Kaldun, che è tra l’altro una delle mete turistiche della Mongolia moderna, il luogo dove si ritiene sia nato il sovrano assurto a divinità buddhista: Genghis Khan.

Il linguista J.P.Roux glossa il nome della montagna Ötüken attraverso la radice antico-turca öt- in una  forma verbale di participio con il significato di: “che prega, orante”, ribadendo l’accostamento fatto con la voce udagan nel precedente senso di donna sciamano, ovvero donna che prega, che assolve l’ufficio delle cose sacre.

È altresì interessante notare che su un piano simbolico la ricostruzione etimologica del termine in questione riferitaci da Roux trovi una corrispondenza con il mito della caverna, legato anch’esso al simbolismo dell’organo femminile e peraltro all’etnogenesi delle popolazioni turco-mongole 5, presso le quali numerosi sono i miti dell’origine localizzata in caverne. Un’ulteriore corrispondenza la potremmo ravvisare nella divinità ctonia turca: Umay, l’antica dea dei parti, delle nascite, il cui significato in mongolo attuale è quello di “utero”. 

Tutto questo ci offre la testimonianza della presenza di un substrato tradizionale, anche in quest’area del mondo mongolo-siberiana, che attribuisce alle donne la trasmissione di una saggezza legata alla pratica delle tecniche di guarigione.

“Nella sua passività e inferiorità apparente il femminile è superiore al maschile”, scrive Lǎozǐ nel Dàodé jīng, mentre noto è il concetto di wu wei, l’”agire senza agire” che traspare dallo stesso testo assimilato al concetto buddhista di śūnyatā, la vacuità, il vuoto noetico, tradotto in cinese con l’ideogramma kōng, ascrivibile alla qualità metafisica della fascinosità del femminino.

Venendo nella fattispecie alla manualità del Tudup emneer, esso opera esclusivamente con la parte vuota delle mani, ovvero la parte palmare, a differenza delle altre forme di massaggio in cui si utilizzano le parti protuberanti e “penetranti”, ovvero yang del proprio strumento di lavoro, cioè il corpo, come dita, gomiti, ginocchia e piedi.

La mano quindi assume una forma “a coppa”, quindi yin, in cui la parte che realmente stabilisce un contatto con il corpo del paziente è quel vuoto che viene a crearsi nella cavità palmare. Sul motivo della coppa non ci sembra il caso di dilungarci, diciamo solo che tale simbolo unitamente ad altri simboli omologhi, racchiude in sé quel vuoto che opera la rigenerazione spirituale. Tale vuoto, che peraltro viene saturato tramite precisi rituali, come ad esempio con l’invocazione del vento tramite gli algïš, ovvero i canti sciamanici, oppure con la kamlanje o kamlama e anche tagïl, il rito del fuoco sacro, similmente alla percezione che suscita la vista di un abisso, agisce sul paziente come una sorta di ebbrezza unita ad una sensazione di vertigine che lo possono condurre al momento folgorativo dell’unità. Perciò le mani dell’operatore-sciamano aspirano, succhiano, estraggono dal corpo del paziente le energie negative che a Tuva sono chiamate “kurttar” o vermi. Secondo questa credenza essi sarebbero una sorta di entità viscose ed appiccicaticce che vampirizzano il corpo del paziente e che lo sciamano deve rimuovere tramite questa forma di purificazione.

Talvolta lo sciamano usa la frusta o khamčï, parola che deriva dal termine con cui in lingua tuvina, viene designato lo stesso sciamano: kham. Essa rappresenta uno dei suoi attributi più importanti con cui egli vibra dei colpi a mezz’aria in direzione del corpo del paziente per asportare od allontanare i vermi. Talvolta, invece, egli utilizza quell’altro strumento essenziale che è il tamburo o düngür, termine provenente dalla parola tuvina: düngüreškin che significa tuono, in mongolo tengriin duu, ovvero la voce di dio, legata al suono potente del tuono che nasce nei cieli e si ripercuote sulla terra verso gli uomini per comunicare loro la forza e per purificarli. Un ultimo attributo è l’eren, il suo doppio, il suo nume tutelare, detto ongon in mongolo e tös in khakasso. Nelle prime due lingue possiede il significato di qualcosa di santo, di sacro, mentre l’ultimo termine assume un significato di “identità”. Esso è la protezione dello sciamano, il suo alter-ego, insomma uno spirito protettore, un nume tutelare.

Il principio su cui si basa Tudup emneer è in definitiva anche il medesimo che utilizza le coppette di vetro per estrarre infermità dal corpo, diffuso in varie culture, tuttavia qui viene ad amalgamarsi con la funzione di psicopompo dello sciamano, termine quest’ultimo il cui significato letterale è quello di guida dell’anima che nello sciamanesimo tuvino e mongolo è trina: rispettivamente sagïš, tïn e sjunezin in tuvino e suldami e suns in mongolo.

La conseguenza di ciò, al contrario degli altri massaggi “penetranti” di provenienza orientale, che solitamente conseguono un esito refrigerante, è una sorta di momentaneo “effetto kundalinī” o d’intenso calore che s’irradia nell’intero corpo pervadendolo. M. Eliade, riconnette tale fenomeno ad uno dei temi mitici dello sciamanesimo da lui enunciati, ovvero alla “produzione di calore magico” o “calore interno” che egli accosta al tapas, l’ardore ascetico o mistico delle tradizioni cosmogoniche dell’India, e che P. Filippani Ronconi, con una -a nostro avviso- felice espressione, definisce “autopirogenesi”, detto anche in tibetano gTum mo - tummo.  Ancora riguardo al tema del “calore magico”, l’estrinsecazione di tale qualità, nelle sue varianti, è peraltro attestata in numerosi racconti e narrazioni letterarie mongole. Si narra che lo sciamano di Genghis Khan, Teptängri Kökče “nei giorni più freddi dell’inverno se ne andava in giro senza abiti sulle nevi e sui ghiacci”. Mentre si dice che lo stesso Genghis Khan, " aveva l’abitudine nel cuore dell’inverno, nelle regioni dell’Onu e del Kerülen, che sono le più fredde di questi paesi, di immergersi nel mezzo di un fiume ghiacciato e di fondere il ghiaccio con il calore del proprio corpo” .

Quindi, da un raffronto schematico fra il simbolismo sotteso al nostro massaggio con quello insito nelle altre forme orientali di massaggio come l’Anmo, il Tuina,  l’Ayurvedico, il Nuad e lo Shiatsu, che nella loro connotazione efferente evidenziano una tipologia prevalentemente maschile, ovvero “itifallica” per utilizzare un’allegoria forte, appare evidente che il massaggio tuvino, in virtù del suo spiccato approccio afferente con l’energia, delinei una sfumatura eminentemente femminile. 

Ribadiamo che la finalità del Tudup emneer rimane la medesima, ovvero il ripristino dell’equilibrio energetico, solo che mentre nei massaggi di tipo “penetrante”è forse più autodiretto, come risultato di una sorta di copulazione delle energie interne, nel Tudup emneer appare maggiormente eterodiretto, con questa caratteristica di una folgorazione veicolata per mezzo dello sciamano da parte dei suoi spiriti ausiliari.    

Lungi dal voler dare luogo a fittizie contrapposizioni tra le diverse modalità di eseguire il massaggio, che, come accennato precedentemente sono omologhe, ci pare altresì interessante evidenziare la presenza esclusiva nel massaggio sciamanico tuvino di questo simbolismo femminino.

 
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