Tudup
emneer o Massaggio sciamanico
tuvino
di Ermanno
Visintainer
Tudup emneer
è il termine con cui a Tuva ci si riferisce ad una forma di
purificazione sciamanica che assume altresì le sembianze di un massaggio.
Tuva è una piccola
repubblica situata lungo il corso superiore del fiume Jenisej, a
nord-ovest della Mongolia, un territorio che culturalmente si pone a metà
strada fra il mondo turco e quello mongolo; un’area dell’etnogenesi di varie
popolazioni, fra le cui principali annoveriamo quelle turche, come l’uigura, la
kirghisa e l’attuale tuvina, quindi altre, assimilate nel tempo come la
samoieda, ma nondimeno la paleosiberiana ket1.
Tuva, storicamente
Tannu Urinakhai, come del resto anche l’attigua Buriazia,
rappresentano un luogo elettivo in cui le tradizioni sciamaniche sono rimaste
pressoché integre fino ad oggi. Peraltro ricordiamo che vi sono minoranze tuvine
sia in Mongolia, nella zona del Khovsogol a nord, che in Cina, nella
provincia dello Xinjiang.
Nel presente articolo ci
proponiamo quindi di descrivere quest’inedita espressione del massaggio, il
massaggio sciamanico tuvino o Tudup
emneer2, cercando di porre in
evidenza analogie e affinità strutturali con altre tecniche così come le
differenze, allo scopo di ricostruire gli elementi essenziali di
quell’ancestrale ed archetipa forma paleoasiatica di massaggio che, riteniamo
sottenda tutti gli esistenti stili orientali ispirati al principio dell’energia,
la quale indipendentemente dal nome: ki (giapponese),
qi (cinese), prana (indiano),
phlang cheet o lom pran (thailandese),
khii, khiimor’ (mongolo), è sempre la medesima.
A mo’d’introduzione si
potrebbe affermare che l’aspetto di maggior discontinuità del Tudup
emneer rispetto ad altre tecniche energetiche d’origine
estremo-orientale, come l’
Anmo, il
Tuina, l’Ayurvedico, il Nuad e lo
Shiatsu, si possa ravvisare nel simbolismo connesso alla sua
manualità, che è antitetica e denota innegabilmente una spiccata qualità
femminina non presente in maniera esclusiva nelle precedenti menzionate
tecniche.
Il nome stesso, Tudup
emneer, evoca inequivocabilmente la genesi femminile.
Tale locuzione, il cui
significato approssimativo per esteso è quello di “guarigione estrattiva tramite
fumigazioni”, deriva dall’accostamento di due forme verbali, di cui la prima si
riferisce all’aspetto catartico, mentre il fonema em da un punto
di vista filologico, possiede una tale pregnanza che riteniamo valga la pena
concedergli un breve excursus.
In mongolo ed antico turco
la voce: em, äm, medicina, medicamento, da cui emč,
ämči, medico, guaritore ed oggi dottore,3 ma anche donna,
femmina è un fonema che ha origini antichissime nella cultura altaica. Lo
ritroviamo in turco moderno nel verbo emmek con il significato di
“succhiare-assorbire” e perfino nella parola emmeç, l’aspiratore
elettrico, che sembra forgiata ad hoc per designare il la modalità di
esecuzione del massaggio tuvino. Inoltre in una voce affine sia da un punto di
vista fonetico che etimologico, ovvero am, che in mongolo assume
il significato di bocca mentre in turco quello di matrice, vagina, l’organo che
accoglie e rigenera per antonomasia4. Ovviamente in lingua tuvina e
rispettivamente quella mongola i verbi emneer ed
emnekh significano guarire e curare.
Questo fonema, peraltro, ci
riconduce ad un sinonimo mongolo avente ulteriori risvolti degni di attenzione,
in quanto esso viene impiegato sia nell’accezione di donna-sciamano che quello
di vagina. Il sinonimo in questione è il termine mongolo-buriato, peraltro
utilizzato anche in yakuto: udagan, la cui emblematicità in questo
contesto ci pare di non poco conto. La parola infatti è stata accostata al nome
del monte sacro Ötüken degli antichi Turchi ed
Edügen d’epoca gengiskhanide, divenuto
in seguito Burkhan Kaldun, che è tra l’altro una delle mete
turistiche della Mongolia moderna, il luogo dove si ritiene sia nato il sovrano
assurto a divinità buddhista: Genghis Khan.
Il linguista J.P.Roux
glossa il nome della montagna Ötüken attraverso la radice antico-turca
öt- in una forma verbale di participio con
il significato di: “che prega, orante”, ribadendo l’accostamento fatto con la
voce udagan nel precedente senso di donna sciamano, ovvero donna
che prega, che assolve l’ufficio delle cose sacre.
È altresì interessante
notare che su un piano simbolico la ricostruzione etimologica del termine in
questione riferitaci da Roux trovi una corrispondenza con il mito della caverna,
legato anch’esso al simbolismo dell’organo femminile e peraltro all’etnogenesi
delle popolazioni turco-mongole 5, presso le quali numerosi sono i
miti dell’origine localizzata in caverne. Un’ulteriore corrispondenza la
potremmo ravvisare nella divinità ctonia turca: Umay, l’antica dea
dei parti, delle nascite, il cui significato in mongolo attuale è quello di
“utero”.
Tutto questo ci offre la
testimonianza della presenza di un substrato tradizionale, anche in quest’area
del mondo mongolo-siberiana, che attribuisce alle donne la trasmissione di una
saggezza legata alla pratica delle tecniche di guarigione.
“Nella sua passività e
inferiorità apparente il femminile è superiore al maschile”, scrive Lǎozǐ
nel Dàodé jīng, mentre noto è il concetto di wu wei,
l’”agire senza agire” che traspare dallo stesso testo assimilato al concetto
buddhista di śūnyatā, la vacuità, il vuoto noetico,
tradotto in cinese con l’ideogramma kōng, ascrivibile alla qualità
metafisica della fascinosità del femminino.
Venendo nella fattispecie
alla manualità del Tudup emneer, esso opera
esclusivamente con la parte vuota delle mani, ovvero la parte palmare, a
differenza delle altre forme di massaggio in cui si utilizzano le parti
protuberanti e “penetranti”, ovvero yang del proprio strumento di lavoro,
cioè il corpo, come dita, gomiti, ginocchia e piedi.
La mano quindi assume una
forma “a coppa”, quindi yin, in cui la parte che realmente
stabilisce un contatto con il corpo del paziente è quel vuoto che viene a
crearsi nella cavità palmare. Sul motivo della coppa non ci sembra il caso di
dilungarci, diciamo solo che tale simbolo unitamente ad altri simboli omologhi,
racchiude in sé quel vuoto che opera la rigenerazione spirituale. Tale vuoto,
che peraltro viene saturato tramite precisi rituali, come ad esempio con
l’invocazione del vento tramite gli algïš, ovvero i canti
sciamanici, oppure con la kamlanje o kamlama e anche
tagïl, il rito del fuoco sacro, similmente alla
percezione che suscita la vista di un abisso, agisce sul paziente come una sorta
di ebbrezza unita ad una sensazione di vertigine che lo possono condurre al
momento folgorativo dell’unità. Perciò le mani dell’operatore-sciamano aspirano,
succhiano, estraggono dal corpo del paziente le energie negative che a
Tuva sono chiamate “kurttar” o vermi. Secondo questa
credenza essi sarebbero una sorta di entità viscose ed appiccicaticce che
vampirizzano il corpo del paziente e che lo sciamano deve rimuovere tramite
questa forma di purificazione.
Talvolta lo sciamano usa la
frusta o khamčï, parola che deriva dal termine con cui in lingua
tuvina, viene designato lo stesso sciamano: kham. Essa rappresenta
uno dei suoi attributi più importanti con cui egli vibra dei colpi a mezz’aria
in direzione del corpo del paziente per asportare od allontanare i vermi.
Talvolta, invece, egli utilizza quell’altro strumento essenziale che è il
tamburo o düngür, termine provenente dalla parola tuvina:
düngüreškin che significa tuono, in
mongolo tengriin duu, ovvero la voce di dio, legata al suono
potente del tuono che nasce nei cieli e si ripercuote sulla terra verso gli
uomini per comunicare loro la forza e per purificarli. Un ultimo attributo è
l’eren, il suo doppio, il suo nume tutelare, detto
ongon in mongolo e tös in khakasso. Nelle prime due
lingue possiede il significato di qualcosa di santo, di sacro, mentre l’ultimo
termine assume un significato di “identità”. Esso è la protezione dello
sciamano, il suo alter-ego, insomma uno spirito protettore, un nume tutelare.
Il principio su cui si basa
Tudup emneer è in definitiva anche il medesimo che utilizza le
coppette di vetro per estrarre infermità dal corpo, diffuso in varie culture,
tuttavia qui viene ad amalgamarsi con la funzione di psicopompo dello sciamano,
termine quest’ultimo il cui significato letterale è quello di guida dell’anima
che nello sciamanesimo tuvino e mongolo è trina: rispettivamente sagïš,
tïn e sjunezin in tuvino e suld, ami e
suns in mongolo.
La conseguenza di ciò, al
contrario degli altri massaggi “penetranti” di provenienza orientale, che
solitamente conseguono un esito refrigerante, è una sorta di momentaneo “effetto
kundalinī” o d’intenso calore che s’irradia nell’intero corpo
pervadendolo. M. Eliade, riconnette tale fenomeno ad uno dei temi mitici dello
sciamanesimo da lui enunciati, ovvero alla “produzione di calore magico” o
“calore interno” che egli accosta al tapas, l’ardore ascetico o
mistico delle tradizioni cosmogoniche dell’India, e che P. Filippani Ronconi,
con una -a nostro avviso- felice espressione, definisce “autopirogenesi”, detto
anche in tibetano gTum mo - tummo. Ancora riguardo
al tema del “calore magico”, l’estrinsecazione di tale qualità, nelle sue
varianti, è peraltro attestata in numerosi racconti e narrazioni letterarie
mongole. Si narra che lo sciamano di Genghis Khan, Teptängri
Kökče
“nei giorni più freddi dell’inverno se ne andava in giro senza abiti sulle
nevi e sui ghiacci”. Mentre si dice che lo stesso Genghis Khan, "
aveva l’abitudine nel cuore dell’inverno, nelle regioni dell’Onu e del
Kerülen, che sono le più fredde di questi paesi, di
immergersi nel mezzo di un fiume ghiacciato e di fondere il ghiaccio con il
calore del proprio corpo” .
Quindi, da un raffronto
schematico fra il simbolismo sotteso al nostro massaggio con quello insito nelle
altre forme orientali di massaggio come l’Anmo, il
Tuina, l’Ayurvedico, il Nuad e lo
Shiatsu, che nella loro connotazione efferente evidenziano una
tipologia prevalentemente maschile, ovvero “itifallica” per utilizzare
un’allegoria forte, appare evidente che il massaggio tuvino, in virtù del suo
spiccato approccio afferente con l’energia, delinei una sfumatura eminentemente
femminile.
Ribadiamo che la finalità
del Tudup emneer rimane la medesima, ovvero il ripristino
dell’equilibrio energetico, solo che mentre nei massaggi di tipo “penetrante”è
forse più autodiretto, come risultato di una sorta di copulazione delle energie
interne, nel Tudup emneer appare maggiormente eterodiretto, con
questa caratteristica di una folgorazione veicolata per mezzo dello sciamano da
parte dei suoi spiriti ausiliari.
Lungi dal voler dare luogo
a fittizie contrapposizioni tra le diverse modalità di eseguire il massaggio,
che, come accennato precedentemente sono omologhe, ci pare altresì interessante
evidenziare la presenza esclusiva nel massaggio sciamanico tuvino di questo
simbolismo femminino.
|